Biografia su Mons. Marcello BORDONI

- Clero Romano - Diocesi di ROMA

 

Nato a ROMA, il 27 gennaio 1930

Nazionalità italiana

Ordinato Presbitero il 18 aprile 1954

in San Giovanni in Laterano - ROMA

per la Diocesi di ROMA

Incarichi svolti:

Rettore Chiesa Rettoria Santa Maria Immacolata all’Esquilino

Presidente Pontificia Accademia di Teologia

Consultore Congregazione per la Dottrina della Fede - Curia Romana

Consultore Congregazione per il Clero - Curia Romana

Consultore Congregazione delle Cause dei Santi - Curia Romana

Torna alla Casa del Padre Agosto 25 del 2013

 

 

IN MEMORIA DI MONS. MARCELLO BORDONI (27.01.1930-25.08.2013)

E. Mons. Matteo M. Zuppi

“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Gesù al termine della sua vita, gridando a gran voce, - come per esprimere la domanda più profonda dell’uomo, quella della nostra povera voce che vuole trovare ascolto e non perdersi nel nulla - consegna tutto se stesso nelle mani del Padre. Il suo è anche il grido delle troppe Rachele che non vogliono essere consolate, quello dei tanti che implorano giustizia giorno e notte. La sofferenza e l’ansia del proprio corpo che si va disfacendo o davanti al buio che vuole inghiottire la vita sono il grido della croce! Gesù consegna il suo Spirito nelle mani del Padre, al termine di tutto. Tutta la sua vita è stata affidarsi a Lui, donarla perché solo così si trova, sicuro, lui per primo, che nessuno, nessuno questa è la promessa, può rapirle dalla mano del Padre.

E’ la nostra serena fiducia oggi, la vera risposta ad ogni ricerca, a volte così faticose, della nostra vita, abbandono alla amicizia e tenerezza di un Padre, nel  quale Marcello si è sempre sentito circondato. E’ il mistero della Resurrezione che egli ha tanto scrutato e che ci ha aiutato a comprendere perché ha vissuto proprio nel fiducioso abbandono tra le braccia del padre che solleva sempre da ogni abisso. Lo affidiamo a Lui in questa casa, cuore della nostra Diocesi, madre di tutti e in maniera così personale di questo prete romano, figlio della chiesa di Roma che lui ha amato e servito e della quale ha saputo vivere tanti suoi tratti. Ringraziamo di cuore il Signore per questo dono e Marcello per la sua umanità e per il suo servizio. Ci uniamo alle sue sorelle, Clara, Gabriella e Maria Grazia, ai nipoti e tutti i familiari ed anche a quelle altre sue sorelle nello spirito che sono l’Istituto  Opera Mater Dei, fondato da sua sorella, la serva di Dio Maria Caterina, che saluto con tanto affetto e anche con profonda riconoscenza, cara Elvezia, per la disponibilità e l’attenzione con cui lo hanno accolto e sostenuto particolarmente in questi mesi di debolezza e fragilità. Le mani di Dio le riconosciamo anche in quelle che stringono, incoraggiano, sollevano ed orientano oggi nello smarrimento della caducità. Grazie. Siete state la sua famiglia e ci ricordate a noi tutti che la Chiesa è anzitutto famiglia, ci incoraggiate ad esserlo perché nessun figlio della Chiesa sia lasciato solo, perché la Chiesa sia sempre madre, ancora di più quando la fragilità è maggiore.

Non possiamo comprendere la vita di Marcello senza quella così originale di sua sorella Maria Caterina, mistica finissima e di concreta ed intelligente carità, che in anni lontani cercava il carisma mariano nel sacerdozio, contemplatrice delle profondità abissali del Cuore Sacerdotale di Cristo e del “mistero materno del cuore sacerdotale della Chiesa

Marcello viveva e ha insegnato a vivere a non so quante generazioni di seminaristi, cosa significa essere prete ed esserlo a Roma. Lo faceva senza imposizione, senza le facili e anche un po’ banali presunzioni cattedratiche, bensì inducendo, dando fiducia, parlando, con la semplice testimonianza personale. Era un uomo schivo, con tratti di ritrosia quando era oggetto di attenzioni, che allontanava con semplice immediatezza, senza pose. In realtà non si valutava più di quanto è conveniente valutarsi! Sappiamo bene, al contrario, di come facilmente le cose che facciamo noi, le iniziative, le idee personali, quello insomma che ci vede al centro o che possediamo o rivelano qualcosa del nostro io, ci rendono attenti alla considerazione, ai riconoscimenti, al ruolo e giustificano confronti e presunzioni, orientano le scelte. Marcello, nonostante la sua imponente ricerca teologica e spirituale, non aveva nessuna compiacenza del proprio. Tutto per lui era servizio. Era prete sempre, fino in fondo, eppure affatto clericale; ironico ma senza malizia e diffidenza; libero da quelle deformazioni ecclesiastiche che, in realtà e per certi versi curiosamente, non appartengono affatto a questa tradizione spirituale ed umana del clero di Roma. Era prete vero, tanto che quando dovette abbandonare la parrocchia di San Eusebio per l’insegnamento, ha voluto, e poi servito per quasi quaranta anni con dedizione e sapienza, la Rettoria dell’Immacolata, sempre vicina a Piazza Vittorio. Era un uomo umile nel servizio pastorale e allo stesso tempo fine e aggiornato nella ricerca teologica ed intellettuale che lo ha appassionato fino all’ultimo. Uomo di preghiera, di vera pietas, intensa, quotidiana, ma affatto devozionale, antica e immersa nella storia perché  evangelica. Era cresciuto alla scuola di don Domenico Dottarelli, pastore attento alle domande concrete del prossimo, immerso in quella scuola di vita e di umanità che era ed è piazza Vittorio, forse la piazza in quegli anni che era la porta di accesso alla città per tutta l’enorme periferia che cresceva con ritmi impressionanti e dove durante la guerra furono accolti tantissimi rifugiati negli spazi dei palazzi umbertini. Uomo schivo, così diverso dal prete leader che misura il suo servizio con il suo ruolo e efficienza. Prete mite e senza supponenza (quanto questa ci trasforma in caricature e spesso ci rende inutili!), timido nel tratto; libero dalle forme ma non spontaneista, capace di essere solo ma mai senza gli altri e disponibile con tutti; fermo nei principi eppure senza paure e rigoroso nella ricerca. Prete e teologo romano, smagato ma capace di tanto lavoro e sacrifici; esigente ma anche pieno di tanta umanità, rigoroso ma aperto alla ricerca, capace di ascolto e di dialogo, obbediente ma di buon senso e di autonomia; generoso, distaccato dalle cose perché unito a Dio; attento ai cambiamenti, ma affatto amante o dipendente dalle mode; disincantato e appassionato.

Ecco, non possiamo comprendere Marcello senza questo tessuto spirituale, ecclesiale della Chiesa di Roma con la sua pietas, vissuta negli anni del Concilio, che Marcello ha vissuto nella sua gestazione profonda, era stato ordinato nel 1953 e successivamente nelle tante trasformazioni. Nella sua formazione, secondo la tipologia e il rigore del prete tridentino e attraverso i criteri della teologia neo-scolastica, aveva incontrato uomini e maestri come Felici, Piolanti, Pascoli, solo per ricordarne alcuni e tante presenze culturali e spirituali, come don Giuseppe De Luca, legato alla sorella, Maria Caterina e quindi a lui. I suoi commenti ai vangeli domenicali, pubblicati proprio nel Bollettino dell’Opera Mater Dei, sono un tesoro di pietas e di intelligenza e profondità umana ed evangelica, così vicina a quella di Marcello.

Ha unito, fin dall’inizio, la duplice esigenza di essere pastore e teologo, perché il lavoro teologico fosse al servizio della comunicazione della fede e trovasse nella comunità ecclesiale il suo habitat più naturale. Non dovrebbe essere così per ogni attività ecclesiale? Che cosa diventa questa quando si perde questo habitat? Che deformazioni provoca l’assenza di una comunità? La sua convinzione era che “l’autentica esperienza del Cristo Risorto, avviene, non in modo puramente ‘esteriore oggettivo’, né in modo puramente ‘interiore soggettivo’: ma in quel luogo di comunione e di mediazione che è della Chiesa”. Di se stesso e della sua ricerca teologica si descriveva così: “Lo sviluppo della teologia non va identificata come un’arida ricerca di idee, senza quel nutrimento interiore dello Spirito, che si espande nel mondo dei cuori trasmettendo una profonda esperienza di luce e amore, che solo nella prassi di fede vissuta può costituire il sostegno e il senso della vita. Dobbiamo approfondire le esigenze poste dalla fede al metodo teologico, nel luogo ecclesiale, in una sempre nuova sintesi tra l’auditus e l’intellectus fidei, illuminato dallo Spirito di verità, nel suo vincolo alla Scrittura, letta sia esegeticamente, che nel contesto della Traditio vivens. È così che la Parola scritta prende vita e si apre sempre nuovamente per illuminare i segni dei tempi rendendo la fede cristiana annunciabile e credibile nell’area delle attuali frontiere della pluralità delle culture, non ignorando i nuovi areopaghi aperti dal progresso delle scienze sia antropologiche che naturali”. Forse proprio per questa sua radice pastorale, per la ricerca di arrivare all’uomo, ha affrontato la ricerca teologica con equilibrio tra la semplice riaffermazione delle perenni  verità di fede e la tentazione del relativismo e dello storicismo. Non ha avuto paura del nuovo, ma lo ha vissuto con equilibrio molto romano, originale, che non patisce complessi di inferiorità nei confronti di altre teologie, che non si trincera affatto in una piatta ripetizione degli insegnamenti magisteriali, che sa valorizzare le differenze e armonizzarle con sapienza.

Marcello si è preparato alla morte, da uomo saggio qual’era. Ha parlato tanto della resurrezione, quella che inizia nella fiducia del figlio, di chi non si fa maestro ma resta sempre discepolo, certo che dopo il salto della morte le sue mani saranno afferrate da quelle del padre per sollevarlo nella pienezza della verità. Oggi Marcello conosce pienamente quello i cui occhi hanno già visto nello spezzare il pane e nell’ardere il cuore nel petto, nel colloquio con quel pellegrino che lo ha accompagnato tutto i suo cammino.

“La morte del Cristo ci rivela il mistero della nostra morte. Esso è il ritorno al Padre nell’amore, la piena espansione di un’amicizia. E’ questa l’idea cristiana di immortalità; ciò che costituisce la parte essenziale della beatitudine celeste. Essa è soprattutto la piena realizzazione della autodonazione personale a Cristo, l’essere con Lui o presso di Lui”. E’ così. Ha creduto in questa amicizia e l’hai testimoniata con il tuo servizio. Sia oggi così per te, mite e umile di cuore.

Amen. In pace.


 

Luca 23, 44-49

IN MEMORIA DI MONS. MARCELLO BORDONI (27.01.1930-25.08.2013)

di Mons. Enrico Dal Covolo
Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense

 

Mons. Marcello Bordoni l’ho conosciuto direttamente piuttosto tardi, solo nel 1999. Sotto la sua guida – insieme a don Angelo Amato, a don Manlio Sodi e ad alcuni altri – procedevamo a rifondare la Pontificia Accademia di Teologia, di cui don Marcello rimase Presidente per dieci anni, fino al 2009.

Di fama – certo – lo conoscevo già, soprattutto per la sua attività di ricerca e di insegnamento, la sua cristologia, la consulenza a diversi Dicasteri della Santa Sede (tra cui soprattutto le Congregazioni per la Dottrina della Fede, del Clero e delle Cause dei santi).

Don Marcello era nato a Roma, nel 1930. Fu ordinato sacerdote per la stessa Diocesi di Roma 24 anni dopo.

Iniziò il suo servizio di docenza nella Pontificia Università Lateranense durante l’anno accademico 1961-1962, come incaricato di Teologia pastorale: incarico che mantenne fino al 1970, quando venne nominato professore straordinario di Cristologia nella Facoltà di Sacra Teologia. Tre anni dopo, nel 1973, fu promosso professore ordinario della medesima disciplina. Il 15 ottobre 2000, per raggiunti limiti di età, cessò il servizio di professore stabile, ma continuò a insegnare ancora per un anno come docente invitato.

Nel periodo della sua docenza don Marcello ricoprì importanti ruoli di governo nell’Università. Per tre anni, dal 1974 al 1977, fu Decano della Facoltà di Teologia; poi fu Vice-decano della stessa Facoltà dal 1977 al 1981; e infine Preside dell’Istituto Pastorale dal 1984 al 1987.

Non è questo il momento per dilungarci sulla vasta produzione scientifica di mons. Bordoni. Tutti conoscono i suoi tre volumi di cristologia sistematica, Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, pubblicati a Roma tra il 1982 e il 1986. Ma, accanto a questi volumi, bisognerebbe elencarne almeno altri sette, e cento articoli comparsi in varie raccolte o riviste scientifiche.

Non voglio tacere però la raccolta dei suoi saggi – curata dall’affezionato discepolo don Giovanni Ancona –, che gli offrimmo nel 2010, quando don Marcello raggiunse l’emeritato nella Pontificia Accademia di Teologia (Christus omnium Redemptor, LEV, Città del Vaticano 2010).

Fra l’altro, il volume riporta la bibliografia generale di Bordoni, e una Presentazione, stilata dal benemerito curatore. Da essa ricavo almeno due spunti.

Don Ancona sottolinea di Bordoni “il costante, sapiente, sicuro e intelligente accompagnamento di tanti studenti nell’apprendimento della scienza teologica”. Essi, aggiunge il curatore, “occupano oggi molte cattedre di dogmatica in Facoltà teologiche e in altre istituzioni accademiche per lo studio della teologia. Questi studenti non potranno mai dimenticare il clima sapienziale che si respirava durante le lezioni del loro stimato docente di cristologia, il rigore del metodo che si apprendeva, e la prospettiva pastorale del tracciato dogmatico che si suggeriva” (p. 8).

Perché – aggiungo io – era questo, in effetti, il modo di “fare teologia” di Bordoni. Non soltanto una “teologia in ginocchio”, robustamente nutrita di preghiera e di contemplazione; ma anche una teologia che si proponeva di dialogare esplicitamente con le  sfide culturali e con le istanze pastorali del momento presente. Per questo motivo don Marcello non abbandonò mai l’esercizio diretto del ministero, finché le forze e la salute glielo consentirono.

Un altro spunto ricavo da Ancona, e così concludo.

Il suo modo originale di “fare teologia” trovava, nell’esperienza intima di Bordoni, un fortissimo rimando spirituale alla vicenda della sua amata sorella Maria Caterina, Serva di Dio: una vita, quella di Maria Caterina, tutta animata dal ‘carisma sacerdotale-ecclesiale-mariano’, carisma che esercitò un influsso decisivo sulla elaborazione teologica bordoniana (ivi).

Ora sono insieme, don Marcello e Madre Maria Caterina.

Tutti e due contemplano, faccia a faccia, quel mistero d’amore, quel volto di Dio, quel Gesù di Nazaret – Signore e Cristo –, a cui anelavano quaggiù, come la cerva anela ai corsi d’acqua.

Riposa in pace, carissimo don Marcello, e ricordaci tutti al Signore.

A sua volta, la tua Università ti ricorda con grande affetto. Ti vuole, ti ha sempre voluto molto bene!


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