Mi chiamo Elisa, ho 29 anni e abito in una produttiva, e diciamo pure benestante, cittadina del nord-est d’Italia. Ho deciso di intraprendere questa esperienza di volontariato perché alla luce di alcune vicende personali ho sentito il bisogno di staccare dalla mia vita di tutti i giorni e dalle persone che mi circondavano.

Quando in Italia, poco prima di partire, qualcuno mi chiedeva il perchè lo facessi io rispondevo: “Ho bisogno di ristabilire la priorità tra le cose che mi circondano”. Sempre ho guardato con ammirazione le persone che intraprendevano qualsiasi tipo di attività di volontariato, e sempre ho pensato: “Sarebbe bello da fare” ma mi era sempre mancata la motivazione, e poi diciamo che a volte siamo così presi da lavoro, divertimenti, bisogni…che il tempo sembra sempre poco. Spesso quando si lavora e il periodo di ferie a disposizione è poco, una persona pensa subito a rilassarsi e a divertirsi piuttosto che a fare volontariato, ma questa volta io avevo un “imput” e poi ho avuto anche la grande fortuna che lavorando nell’azienda di famiglia, il mio caro papà non ha obiettato e darmi qualche giorno in più di ferie.

Sono venuta a conoscenza dell’Hogar Maria Bordoni tramite un amico, il quale a sua volta conosceva parenti dell’hermana Luisa che egli stesso era stato a trovare. Quattro chiacchiere e una e-mail, e nel giro di un mese mi sono ritrovata con un biglietto aereo in mano con destinazione Loja- Ecuador.

A dire la verità non sapevo cosa aspettarmi, tanto la decisione e la partenza sono state così ravvicinate. Avrei avuto la possibilità di raccogliere alcune informazioni da persone che prima di me avevano fatto questa esperienza ma per scelta non ho voluto farlo. Su quello che avrei trovato non mi ero fatta alcuna aspettativa, la cosa per me era decisamente nuova. Ero sicura però che sarebbe stata una esperienza, che al di là di ogni difficoltà e situazione nuova che mi sarei trovata ad affrontare, mi avrebbe servito sotto ogni punto di vista per la mia vita futura. Mi aspettavo certo che mi sarei trovata ad affrontare le piccole difficoltà di ogni giorno che derivano dal vivere in comunità, dal trovarsi in un paese straniero dove non sempre quando si apre il rubinetto automaticamente esce l’acqua, dalla consapevolezza che non si è in ferie ma a fare un servizio. Quello che cercavo era non solo un periodo di distacco dalla vita di tutti i giorni, ma anche e soprattutto il mettermi alla prova, il trovarmi “solo con me stessa” ad affrontare le cose.

Ma non posso certo dire di essermi trovata sola, tutte le hermanitas mi hanno accolto con tantissima ospitalità e affetto, facendomi sentire subito come parte della famiglia. Infatti è proprio questo quello che ho trovato: una famiglia! Certo non una famiglia convenzionale come tutti siamo abituati ad intenderla, ma si respirava affetto nell’aria. Non si può certo chiamarlo orfanatrofio o istituto, due parole che nel nostro immaginario hanno connotazioni negative. Le regole e gli orari ci sono, come e’ giusto che ci siano quando si devono gestire quasi venti bambini, ma ogni cosa è fatta con amore e con l’attenzione materna ad ogni bambino.

Ho trovato dei bambini felici, con dei sorrisi sinceri. La vita con loro era già stata abbastanza dura e le hemanitas oltre a curare il primo aspetto per far stare bene un bambino, cioè un’alimentazione giusta e sana, si adoperavano anche per non far mai mancare un’occasione per sorriere, per divertirsi, per imparare.

Ogni bambino aveva la sua storia difficile, ma l’Hogar è per loro un’isola felice. Tutti vivaci, curiosi e intelligenti, sono anche dei grandi osservatori, a cui non sfugge nulla della vita della casa.

Ho avuto anche la fortuna di assistere a due adozioni, da parte di famiglie italiane, di due bambini. Sono momenti davvero delicati, un bambino diviso tra quella che era stata la sua famiglia fin’ora e dall’altra parte una mamma e un papà tutti per lui. Sono cose che non si possono spiegare, solo vedendole se ne riesce a percepire l’energia.

Dopo un mese di permanenza in cui ho aiutato a volte con i bambini più grandi, a volte con quelli più piccoli e a volte anche in cucina, ho lasciato questa casa di speranza, di “amore gratuito” da parte delle hermanitas che crescono questi bimbi come figli e poi con altrettanto amore riescono a distaccarsi da loro, consapevoli che questi bimbi andranno senz’altro verso una vita migliore.

Ritorno in Italia con un bagaglio ricco di preziose esperienze, date da momenti, sorrisi, canti. Ritorno senz’altro con una maggiore e completa consapevolezza di quello che ho, non solo in termini materiali ma soprattutto in termini umani. Ritorno riconoscendo alla famiglia e nei veri amici, il giusto valore che merita e che nel nostro paese purtroppo si è un po’ perso di vista. Porterò nel cuore lo sguardo vivace e speranzoso di quei bambini.

Spero di ricordare in modo vivo tutto quello che mi ha insegnato questa esperienza soprattutto quando, presa dal  sistema di impegni e a volte falsi bisogni, mi fa perdere di vista quello che realmente è importante.

Elisa Pavin

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